L’etica nell’era della globalizzazione

Viviamo in un mondo pieno di iniquità e ingiustizie: come ci poniamo rispetto a questo?

 

Il premo Nobel per l’Economia Amartya Sen, nel suo libro “Globalizzazione e libertà”, si pone un interrogativo scomodo che obbliga il lettore a riflettere. La premessa è questa: viviamo in un mondo che è contemporaneamente molto comodo e assolutamente povero. Non c’è mai stata così tanta ricchezza nella storia, ma allo stesso tempo ci troviamo davanti a situazioni di povertà senza precedenti.

Lo sviluppo delle tecnologie, della scienza, delle comunicazioni, la globalizzazione stessa per certi versi hanno contribuito in maniera determinante al miglioramento delle nostre condizioni di vita inimmaginabile per i nostri antenati, ma le disuguaglianze e le ingiustizie sociali pervadono il pianeta senza un’apparente soluzione.

 La domanda allora è: essendo impossibile non riflettere sull’accettabilità etica dell’organizzazione sociale attuale, come è possibile che la maggior parte di noi, di fronte a tutto questo, conduce una vita tutto sommato tranquilla? Si tratta di egoismo e indifferenza, o c’è qualcos’altro in grado di spiegare questo atteggiamento?

L’Economista indiano ovviamente sa che la risposta non è né facile né banale, e ipotizza che questa indifferenza, questa assenza di compassione, potrebbe derivare da un fallimento cognitivo piuttosto che da una sorta di egoismo. E questo fallimento è presente sia nell’irragionevole ottimista che spera che tutto si sistemerà, sia nel pessimista cronico che sottolinea che la miseria continuerà a far parte di questo mondo.

Il primo procede secondo un ragionamento semplicistico: se i processi che hanno portato allo sviluppo dell’economia di mercato hanno portato benessere ad una parte del mondo, sicuramente porteranno ad un analogo benessere per tutti, è solo questione di tempo. 

Il secondo riconosce la miseria, ma è profondamente scettico sulla possibilità di cambiare le cose.

Il risultato paradossale è che c’è una forte convergenza tra l’ottimista e il pessimista, perché il primo ritiene che qualunque azione o sforzo non sia necessario, il secondo semplicemente inutile, e tutto porta alla rassegnazione. In sostanza, secondo Amartya Sen, questa passività su scala globale non è alimentata solo da apatia, cecità o egosimo, ma anche da una “convergenza conservatrice di opposti radicalismi…possiamo vivere le nostre vite e badare ai nostri affari senza vedere nulla di moralmente problematico nella pacifica accettazione delle iniquità che caratterizzano il nostro mondo. L’etica può essere messa a tacere dalla prematura rassegnazione.” 

Ecco perché l’economista, pur non accettando alcuni aspetti dei movimenti di protesta (violenza ecc…), gli riconosce un ruolo fondamentale: mettere in dubbio la passiva accettazione del mondo in cui viviamo. Se non altro, aggiungiamo noi, forniscono il pretesto per informarci su alcuni temi facendoci capire che, alle volte, dinamiche che in apparenza ci sembrano distanti dalla nostra quotidianità finiscono per influenzarla molto più del previsto.

E noi? Come ci poniamo di fronte a questi temi? A quale categoria apparteniamo? Ottimisti, pessimisti o contestatori? Riteniamo che piccoli/grandi gesti come il consumo critico siano inutili? Scegliere di acquistare prodotti etici o aprire il conto in una banca etica è inutile perché tanto le cose si mettono a posto da sole? O perché tanto sono gesti che non servono a nulla? Ribellarci alla piaga del gioco d’azzardo legalizzato è ancora un gesto che vale la pena fare? Abbiamo oramai accettato che il mondo vada così?

Domande scomode, che richiedono uno sforzo per sfuggire alle due attitudini descritte per evitare la rassegnazione.