L’introduzione della Volcker rule negli USA (di Andrea Baranes).

Dagli USA un passo per chiudere il casinò finanziario. E l’Europa?

Andrea Baranes

 

Negli scorsi giorni gli USA hanno finalmente approvato la Volcker rule, un passo fondamentale per la regolamentazione bancaria e finanziaria.

Uno dei motivi della gravità della crisi del 1929 è legato al fatto che le banche utilizzavano i soldi dei correntisti per speculare in Borsa. Quando esplose la bolla finanziaria le banche non furono più in grado di restituire i risparmi depositati sui conti correnti. Sono rimaste celebri le foto di lunghe file di clienti in coda davanti alle filiali, nel tentativo di recuperare qualcosa. Nel 1933, con il Glass-Steagall Act, fu introdotta la separazione tra banche commerciali e di investimento: semplificando, chi raccoglieva denaro presso il pubblico non poteva usarlo per operazioni avventate; chi al contrario operava sui mercati finanziari non poteva aprire conti correnti.

Una normativa che ha salvaguardato i correntisti e garantito una relativa stabilità delle banche, finché non è stata prima indebolita e poi abrogata alla fine degli anni ’90. Una delle molte deregolamentazioni del sistema bancario e finanziario e che ha dato vita alla nascita delle “banche universali” in buona parte protagoniste dello scoppio dell’attuale crisi. Banche che possono finanziarsi a bassissimo costo tramite i conti correnti dei clienti per utilizzare tali risorse in attività speculative, ricevendo così dalla clientela un sussidio implicito.

Nel giro di pochissimi anni diversi conglomerati finanziari hanno raggiunto un fatturato superiore al PIL del Paese dove sono registrati. Parliamo degli istituti too big to fail – troppo grandi per potere fallire senza trascinare con sé l’intera economia – che hanno di fatto ricattato i governi dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime nel 2007, costringendoli ai piani di salvataggio. In pratica finché le cose vanno bene i profitti sono privati, quando il giocattolo si rompe devono essere socializzate le perdite. In queste condizioni molte banche sono “naturalmente” spinte ad assumersi rischi sempre maggiori: un gigantesco azzardo morale.

Con l’introduzione della Volcker rule alle banche viene proibito il trading in proprio, ovvero le operazioni speculative realizzate dalla banca per il proprio tornaconto. Una misura che per molti versi equivale alla separazione tra banche commerciali e banche di investimento. Una proposta che presenta alcuni limiti: bisognerà capire nel futuro se e quanto sarà efficace non solo per ridurre i rischi per la clientela, ma anche per fare si che almeno una parte delle montagne di denaro oggi impiegate nella pura speculazione vadano a sostenere l’economia reale e le attività produttive. Questo anche perché il testo (880 pagine!) appare estremamente complesso e potrebbe dare luogo a “interpretazioni” e elusioni.

Ancora, la separazione tra banche commerciali e di investimento non è che una delle misure necessarie per chiudere il casinò finanziario. Molto altro andrebbe fatto riguardo, la trasparenza, la regolamentazione dei derivati, i paradisi fiscali, il sistema bancario ombra e via discorrendo. Fatti salvi questi limiti e dubbi, gli USA hanno comunque introdotto una regola di enorme importanza. Prima ancora hanno dato un segnale forte della volontà di controllare, e non unicamente compiacere, questo sistema finanziario. Dall’Europa, purtroppo, i segnali vanno in una direzione ben diversa. Continuiamo a vivere sulla nostra pelle un rigore che rasenta il fanatismo per quanto riguarda Stati e cittadini: piani di austerità con conseguenze devastanti quanto controproducenti, minacce di pesanti sanzioni per i Paesi che dovessero sforare anche solo di poco parametri su debito e deficit che non hanno nessuna giustificazione economica ma che sembrano scritti nella pietra.

Dall’altro lato, a sei anni dallo scoppio della crisi, nulla di concreto sulla separazione tra banche commerciali e banche di investimento; il progetto di unione bancaria è impantanato da mesi tra i veti incrociati dei singoli Paesi; la tassa sulle transazioni finanziarie è ancora un progetto; sul sistema bancario ombra è a malapena stata avviata una qualche discussione. E l’elenco potrebbe continuare.

Negli ultimi anni la BCE ha prestato oltre 1.000 miliardi di euro alle banche europee al 1%, un tasso negativo se si tiene conto dell’inflazione. Ma l’economia non riparte e in Italia, dove le banche hanno preso oltre 200 miliardi di questi 1.000, abbiamo il credit crunch. Questo perché alle banche conviene semplicemente usare tali risorse per acquistare titoli di Stato, se non per operazioni più speculative. Senza una separazione tra banche commerciali e banche di investimento qualsiasi immissione di liquidità della BCE sarà inutile, o peggio nociva: riparte la finanza speculativa, non l’economia reale, con il rischio concreto del formarsi di una nuova bolla.

Questa Europa deve radicalmente cambiare rotta, di fronte alla sempre più evidente insostenibilità delle attuali politiche e di fronte alle sempre più preoccupanti spinte populiste e demagogiche che trovano terreno fertile in un approccio incoerente e ingiustificabile dei decisori europei. La separazione tra banche commerciali e banche di investimento è un primo passo nella giusta direzione. Dall’altro lato dell’oceano hanno intrapreso il percorso giusto. Qui da noi non solo sarebbe ora di iniziare a camminare nella stessa direzione, ma anche di mettersi a correre.